Ho fatto il colloquio (che fico dire che ho fatto un colloquio) per quel posto di lavoro come risponditrice al telefono in quel negozio di mobili. Non ho accettato perché il proprietario ci ha provato con me.
Un puzzolente sudaticcio pelosissimo ometto sulla sessantina d’anni, col respiro sempre affannato, la fronte lucida di sudore, le mani grosse, callose e piene di arterie rotte, copiosi peli fuoriuscenti dal padiglione auricolare nonché dalle narici, voce rauca, difficoltà nello scandire bene le parole, forte olezzo di pasta coi piselli proveniente dalla sua bocca, abbondante quantitativo di liquido salivare schizzante ad ogni consonate dentale o labiale (e qualche volta anche alle gutturali), capillari delle palle degli occhi bene in vista, qualcuno rotto, capelli pochi, grigi, non pettinati.
“Buoono siorìa!” mi ha detto quando sono entrata nel suo ufficio. Io ho intuito che volesse dire buongiorno signorina.
Da quel momento in poi non ha quasi più sollevato gli occhi dalla scollatura della mia camicetta; scollatura, a dire il vero, anche fin troppo castigata. Probabilmente non vedeva da così vicino un essere umano di genere femminile non munita di dentiera nè di peacemaker da un bel po’ di tempo.
Io mi sono presentata, gli ho detto come avessi saputo del suo negozio e gli ho chiesto qualche informazione.
Lui me le ha date ma io non le ho capite. La sua parlata era un insieme di versi gutturali, rantoli, respiri affannosi, saliva e puzza di piselli bolliti. Tra le parole di quel linguaggio oscuro però ho nettamente colto un “
Lui, compiaciuto del fatto che io dimostrassi tanto interesse, mi ha appoggiato una mano sulla gamba e ha intrufolato lo sguardo dentro la scollatura, scavando con la sua immaginazione più di quanto gli fosse possibile con gli occhi. Io mi sono irrigidita e mi sono spostata in modo da far scivolare via la sua orrida zampa.
Poi quando lui si è girato per prendere un foglio e una penna su cui scrivermi non so cosa, io mi sono abbottonata l’ultimo bottone della camicia, rischiando di sembrare un chierichetto in chiesa, ma cosa s’ha da fa pe’ campà?
Nel foglietto ha tracciato dei segni e delle rune gotiche che avrebbero dovuto rappresentare il suo numero di telefono, gli orari di lavoro e cose così.
Io gli ho detto: “Ok dai, la chiamo domani per farle sapere. Sa, c’è un problema per cui probabilmente devo partire…sa com’è? Vabbè, la chiamo domani”.
Domani lo chiamo e gli dico che sono tristemente venuta a mancare durante la notte di ieri. Poverina, era una così cara ragazza.

