(per voi)
Le cose più importanti sono le più maledettamente difficili da dire. Sono le cose che mi porto dentro da anni, il mio fardello personale dolcemente pesante. Sono le cose che mi fanno dormire la notte, le cose che mi danno un’ulteriore forza, che mi fanno rallegrare e mi fanno disperare quando non ce ne sarebbe apparentemente motivo.
Sono le cose che non vorrei mai dire, o forse le cose delle quali non mi ritengo capace di parlare.
Sono le cose di cui mi vergogno perché, come disse una volta uno scrittore, le parole le sciupano; le parole immiseriscono cose che finchè giacevano nella mente sembravano infinite, e le riducono a non più che qualunque altra futile questione. Ma c’è di più. Le cose delle quali mi vergogno sono le più intime, le più mie. Sono cose che albergano nel punto più profondo del mio cuore e proprio per questo, le più difficili da tirare fuori, le più difficili da tradurre in linguaggi razionali. Ed è questo il vero problema, secondo me. Quando un segreto resta tale non per mancanza di una bocca che lo sappia raccontare, ma per mancanza di un orecchio che lo sappia ascoltare.
È per questo motivo che quanto sto per scrivere è per me stessa. Scrivo questo post senza l’intento di piacere o di catturare l’attenzione di eventuali lettori, ma solo per una questione mia personale. Voglio scrivere le mie cose, le mie emozioni per conservarle e rileggerle quando ne avrò voglia: il blog cessa per un po’ di essere un punto di incontro e riacquista invece il suo significato originario: un diario personale. O una banca del cuore.
Quindi non limiterò la lunghezza, non limiterò la pallosità del post, proprio perché non me ne frega niente, per una volta, di voi.
(per me)
1
Avevamo circa dieci anni, quando correvamo tra i castagni dei Nebrodi. “Ehi, bambini!” urlavano le maestre preoccupate, “Non correte che vi potete far male!”. Ma noi bambini eravamo come angeli, correvamo felici, non potevamo cadere, perché tanto gli angeli hanno le ali.
Come al solito, i maschietti si divertivano a tirare rametti secchi e ricci di castagni a noi bambine, ma senza cattiveria, solo per il gusto di vederci correre. E noi eravamo felici di fingere di essere terrorizzate, facevamo la gimcana tra gli arbusti, urlavamo di piacere. Quello sarebbe stato l’ultimo anno della scuola elementare, avremmo frequentato la prima media il prossimo anno e noi ci sentivamo già grandi.
Quel giorno di gita sui Nebrodi, io e Federica eravamo state “elette” a bersaglio da quella ciurma di pirati che era la nostra classe, presumibilmente perché eravamo le ragazze che più si erano integrate nel gruppo dei ragazzi: eravamo quelle che partecipavano sempre alle avventure dei maschi, quelle con le cui potevi fare la lotta o potevi giocare a pallone. Eravamo due di loro.
Io correvo con il vento in faccia, mi spingevo sempre oltre in quel boschetto tinto d’autunno, noncurante delle maestre che mi sbraitavano di tornare immediatamente indietro, se non volevo una nota disciplinare. Dietro di me, Federica ansimava. Lei è sempre stata più impacciata di me nelle attività sportive, e spesso mi divertivo a prenderla in giro con nomignoli come “tonta”, “pecora”, “sappa” (appellativo tutto siciliano per indicare una persona molto impedita nei movimenti). Io correvo davanti a lei, non solo per fuggire agli immaginari attacchi dei pirati lanciatori di castagne, ma anche per dimostrarle che io ero più brava, che ero io quella che tra le due comandava.
Ricordo che quella era stata una corsa forsennata, i capelli mi coprivano gli occhi in continuazione, io con una mano li scostavo e riprendevo a correre più veloce di prima, senza riposo, senza fiato.
Poi, solo il rumore delle foglie secche sotto i miei piedi e dello sfregare delle maniche del mio giubbotto. Non udì più nient’altro. Mi voltai indietro per guardare dove fossero gli altri e…
Track!
Il mio piede finì su un grosso ramo di castagno adagiato tra le erbe che, sotto il mio peso, cedette e si ruppe. Io caddi violentemente per terra sbattendo il ginocchio su una pietra. A dire il vero non credo che mi fossi fatta poi così male, ma mi accovacciai per terra più per la paura che per altro.
“Che è successo?”.
Una voce familiare.
“Che cosa è successo, Lo?” ripeté Federica.
“So-sono caduta- risposi tra i singhiozzi io- e ho sbattuto su quella pietra..”.
“Fa vedè…” disse Fede. Io le mostrai la ferita (molto superficiale ma macchiata di sangue) e lei frugò nel suo zaino tirandone fuori un pacco di fazzolettini. Lei era una bambina adorabile. Tra le due, è sempre stata quella più premurosa, più dolce. Ha sempre avuto la soluzione per tutto e anche in quel momento, nonostante avesse solo dieci anni, mi ha infuso la tranquillità giusta per farmi riprendere.
“Dai che adesso ti passa via tutto- disse mentre mi tamponava il ginocchio- Vedrai che la maestra Giusy neanche se ne accorge…”.
Mi sciacquò la ferita con la sua borraccia e mi pulì per bene dal sangue.
Carla! Federica! Da lontano le voci delle maestre ci chiamavano.
“Aspetta un secondo…” mi disse piano Fede e corse verso le voci.
“Ehi!!” urlò a squarciagola. “Arriviamo! Va tutto bene!!”.
Quando tornò da me, mi ritrovò in piedi. Mi avvicinai zoppicando e la guardai negli occhi.
Avrei potuto dirle Grazie, o Sei un tesoro, o Come farei senza di te…e invece le buttai le braccia al collo e la strinsi forte a me. Stavo ancora piangendo quando ci baciammo come si baciano due amanti.
Nei successivi quattro anni non si ripeté nulla del genere.
2
Fuori una specie di tempesta del secolo sconvolgeva le strade del mio paese. Dalla finestra riuscivo a vedere a malapena le case dall’altra parte del cortile. Tuoni che sembravano bombe esplodevano sopra il tetto di casa mia gettando nel panico Martino, il mio gatto, e eccitando me. Ho sempre amato i temporali. Guardarli dalla finestra della mia camera mi dà un’infinita sensazione di sicurezza non paragonabile a nessun altra e mi fa ringraziare i vetrai per aver montato le finestre in casa mia, i muratori per aver costruito mura così resistenti e i tegolai per aver incastrato le tegole così bene.
Credo che durante un temporale sarei capace di amare chiunque.
Ma durante il temporale dell'ottobre 2002 non amai una persona qualunque.
Io e Fede eravamo in camera mia. Eravamo alle prese con degli esercizi di latino, i nostri primi esercizi di latino. Frequentavamo entrambe il quarto ginnasio del liceo classico e avevamo da tradurre una decina di frasi dal latino all’italiano e un’altra decina in direzione opposta.
Il 12 ottobre 2002 però non era una di quelle giornate in cui studiare ti riesce piacevole. A dirla tutta, non ne avevamo proprio voglia. Stavamo scherzando riguardo un ragazzo che quella mattina ci aveva provato con me.
“Secondo me alla fine ci stai…” diceva Federica.
“Ma sei stupida?? Ma l’hai visto?” rispondevo io.
“Sì sì, lo sai che chi disprezza, compra..”. E altri discorsi puerili del genere. E inspiegabilmente (o almeno, ancora non mi spiego il motivo per cui è successo) tra me e Fede iniziò una sorta di gioco di sguardi, di ammiccamenti allusivi, molto velati prima, più espliciti poi. Lei continuava a dirmi che io alla fine sarei andata con quel ragazzo ma al tempo stesso mi lanciava occhiate strane, come se fosse gelosa e non sopportasse che altri mi concedessero troppa attenzione. E io mi accorgevo di ciò e me ne compiacevo.
E allora iniziavo a sedurla. Con cattiveria. Mentre le parlavo, mi sporgevo verso di lei, avvicinando la mia bocca al suo viso e fissandola negli occhi. Protendevo le mie labbra appena colorate di rossetto verso le sue, e nel mentre le dicevo che io non ci sarei stata, no, che a me quel tipo non piaceva, che io desideravo…altro… Poi improvvisamente mi ritraevo e mi adagiavo sulla sedia in una posizione che metteva in risalto i miei (allora alquanto insignificanti) seni. Era diventato un gioco a chi resisteva fino alla fine, uno scherzo distruttivo e che avrei dovuto interrompere immediatamente, prima che oltrepassassimo il punto di non ritorno, prima che una delle due cedesse, così come insieme avevamo ceduto nel bosco di castagne, quattro anni prima. Ma adesso non avevamo più bambine. Ora eravamo quasi donne, avevamo quattordici anni, portavamo reggiseni, assorbenti, minigonne che prima non portavamo; e se una delle due avesse desistito e si fosse arresa a quel gioco di tentazioni, non ci saremmo fermate facilmente.
“Fa caldo qui” disse poi Federica e fece per togliersi il maglione.
Non era mica vero, non faceva affatto caldo. Fuori il temporale non accennava a diminuire, i tuoni scandivano il tempo come i secondi. Non faceva affatto caldo. Avrei dovuto dirle di smetterla subito e finirla là.
Ma non lo feci. Infondo, lo volevo…
Si tolse il maglione e si sbottonò la camicetta mostrandomi la parte superiore del suo splendido seno. Poi si sporse verso di me e bisbigliò:
“Fa davvero caldo qui…”.
“Lottaaaa!” urlò mia madre dall’altra stanza. Io mi alzai e corsi da lei per evitare che entrasse nella mia camera e vedesse Federica mezzo nuda.
“Che c’è?” chiesi.
“La nonna è rimasta bloccata dal parrucchiere. Devo andare a prenderla e accompagnarla a casa”.
“Ma con questo tempo?”
“Sì, lo sai che la nonna è così. Vado, l’accompagno a casa e torno…e visto che ci sono, le preparo pure la cena. Ci vediamo tra due orette.”, e uscì.
Io tornai da Fede, decisa a dirle di smetterla.
“Non fare la stupida- le dissi rientrando in camera- e riabbottonati. Io vado a fare la doccia”.
Quando uscì dalla doccia e tornai in camera, Fede era sdraiata sul mio letto. Si era sfilata completamente la camicetta ed era rimasta con in dosso solo i jeans e il reggiseno.
“Dai Carla, che te ne frega?- mi disse- Qui fa caldo e non mi va di mettermi il maglione…”
“Come vuoi” feci io e la guardai per un altro secondo. Aveva solo quattordici anni Federica ma il suo corpo ne dimostrava di più. Era di poco più bassa di me ma il suo seno, il suo ventre, il suo viso erano ormai come quelli di una donna, già forgiati dai pochi ma bastevoli anni dell’adolescenza. E io restai estasiata da quella vista, come se vedessi la mia amica per la prima volta.
Credo che l’opera massima in cui Dio (o
Sì.
Distolsi lo sguardo da quel corpo magnifico e cercai nei cassetti gli indumenti da mettere. Fuori continuava a piovere, i fulmini illuminavano le tende delle mie finestre. Poi i tuoni a ricordarmi ancora che ero a casa mia, al sicuro, che Dio benedica i vetrai, i muratori e i tegolai.
E di nuovo Fede. Non riuscivo a distogliere il pensiero da lei. Saperla alle mie spalle, seminuda, bellissima ad aspettarmi, mi eccitava e mi tormentava.
Sì.
Sì, allora. Mi feci scivolare di dosso l’accappatoio, come avrei fatto anche in futuro in un’altra situazione.
Me ne stetti lì, accanto alla finestra, ansimando per la trepidazione. Avvertì dei rumori alle mie spalle, rumori confusi di materasso e indumenti…mi voltai…
Fede si era tolta il reggipetto e i jeans e mi fissava. Io, completamente nuda, mi feci avanti.
I libri di latino rimasero aperti alla pagina degli esercizi della prima declinazione per tutto il tempo in cui io e Federica ci amammo per la prima volta sul mio letto. Spegnemmo la luce del lampadario e accendemmo quella della abatjour e scostammo le tende per vedere meglio la pioggia che si infrangeva sui vetri. Siano lodati i vetrai…
Ci amammo sotto un temporale purificatore che ci lavò da tutti i peccati. E mi sembrava di essere in un sogno, uno di quelli in cui ti muovi lentamente e ti rendi conto di dove sei, uno di quei leggeri sogni mattutini in cui la subcoscienza e la coscienza sono molto vicine e ti obblighi a non aprire gli occhi, se non vuoi che quella visione svanisca.
Amai Federica con tutta me stessa, con tutto l’amore di cui sono capace. Avevo lo stomaco in subbuglio, il cuore accelerato, non riuscivo a capire se quello che stavamo facendo fosse giusto e sbagliato. Ma allo stesso tempo avvertivo una forte sensazione di sollievo, come se per tutta una vita non avessi aspettato altro che quel momento, con un profondo convincimento che ciò fosse quantomeno inevitabile. Sì, era per quello che eravamo nate.
Il silenzio della stanza venne interrotto solo dai tuoni e dai nostri respiri sempre più affannosi.
I suoi baci erano come miele sulle mie labbra, le sue mani su di me pura energia calda, la sua lingua, il suo petto, il suo ventre, il suo sesso, erano parte di me. E io tutta mi donai a lei e per la prima volta staccai i miei piedi da questo mondo per innalzarmi al di sopra di tutto.
I libri di latino, ebeti, dal tavolo ci guardavano. Rosa – rosae– rosae– rosam- rosa- rosa…
La mattina successiva, raccontai tutto a mia madre.
Questa fu la prima volta in vita mia che amai qualcuno. Sarebbe diventata la notte di sesso di riferimento, il termine di paragone per giudicare quelle a venire, per risultare puntualmente sempre superiore a tutte, così come superiore a tutti gli atri baci sarebbe risultato quello dato nel bosco dei Nebrodi, dopo che mi ero quasi spaccata il ginocchio.
A proposito, ho ancora la cicatrice della ferita sulla rotula destra. La porto come una reliquia sacra.

